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Martedì 13 Novembre 2018

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Ocse: lo Stato italiano non spende abbastanza per l’istruzione, solo il 4% del Pil

di Alessia Argentieri
20/09/2016

In Italia lo Stato non spende abbastanza per l’istruzione pubblica, e non investe in un sistema più moderno ed efficiente, rimanendo cristallizzato in una realtà in cui una percentuale irrisoria del Pil è dedicata alla scuola e in cui un corpo docenti invecchiato e sottopagato porta a fatica sulle spalle la responsabilità del futuro dei nostri giovani. Infatti, la spesa totale dedicata all’istruzione, dal primo al terzo livello, è stata pari al 4% del Pil nel 2013, un dato bassissimo, rispetto a una media dei Paesi Ocse del 5,2%.

E’ quanto emerge dal focus sull’Italia contenuto nel report dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) “Uno sguardo sull’istruzione” (Education at a glance 2016), in cui viene analizzato lo stato dell’istruzione nei Paesi dell’Ocse, sia delineando uno scenario globale, sia sviluppando approfondimenti specifici per i singoli Stati.

“La spesa pubblica per l’istruzione – mette in evidenza l’Ocse – si è ridotta in Italia del 14% tra il 2008 e il 2013, una diminuzione che riflette non solo la riduzione della spesa complessiva in termini reali, ma anche un cambiamento nella distribuzione tra le diverse priorità sociali, dato che la contrazione per gli altri servizi pubblici è stata di inferiore al 2%”.

Altro aspetto molto preoccupante della situazione italiana è quello relativo al corpo insegnanti, che è il più vecchio di tutti i Paesi Ocse e ha una delle quote più basse di insegnanti maschi. Infatti, “sette insegnanti su dieci hanno più di 50 anni e otto su dieci sono donne”.

Ancora più negativa è la situazione se si guarda al lato economico: si tratta infatti di un corpo docenti estremamente sottopagato, con stipendi che, come mostrano i dati del report, sono scesi del 7% dal 2010 al 2014 e che nella maggioranza dei casi sono pari al 76% della media Ocse.

Nel complesso, la situazione del settore dell’istruzione in Italia è piuttosto drammatica: si tratta di un sistema che non funziona e che non aiuta i giovani a inserirsi nel mondo del lavoro, come è testimoniato da un ulteriore dato negativo messo in evidenza dal rapporto, quello relativo alla percentuale di giovani tra i 20 e i 24 anni che non sono né studenti né lavoratori (NEET, neither employed nor in education or training), che è cresciuta in Italia del 10% negli ultimi dieci anni, aumentando a un ritmo molto più rapido rispetto agli altri Paesi Ocse.

In Italia infatti oltre un terzo dei giovani tra i 20 e i 24 anni sono NEET, la percentuale più alta tra i Paesi Ocse. Questa situazione si può spiegare in parte con la crisi economica e il conseguente alto tasso di disoccupazione che è arrivato a toccare il 12% per i giovani in questa fascia di età. Nello stesso però la crisi non giustifica a pieno una percentuale di NEET così elevata, dal momento che altri Paesi europei che hanno sperimentato le drammatiche conseguenze della crisi economica e registrato tassi di disoccupazione anche più alti dell’Italia, come la Spagna e la Grecia, non hanno riportato un numero di NEET così alto.

Infatti, questi Paesi sono stati in grado di reinserire e riassorbire i giovani disoccupati nell’istruzione, mentre in Italia, tanti giovani incapaci di trovare un’occupazione hanno scartato l’ipotesi di proseguire gli studi e non hanno mostrato alcun desiderio di migliorare e continuare il loro processo formativo. Un fallimento che mette in luce le profonde lacune dell’intero sistema, a partire dal gravissimo disinteresse dello Stato.



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