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Mercoledì 21 Novembre 2018

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Il panorama finanziario alla vigilia del referendum costituzionale

di Alessia Argentieri
2/12/2016

Si fa sempre più arroventato e caotico il clima politico man mano che si avvicina il 4 dicembre, il giorno in cui gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi sulla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi, con un referendum che ha aperto scenari inaspettati.

Si parla infatti, in caso di vittoria del no, di possibili dimissioni del Presidente del Consiglio, che su un referendum di dubbia necessità e urgenza ha voluto giocarsi la propria credibilità, si prospettano ipotesi di un eventuale governo tecnico, di nuove elezioni, e addirittura c’è chi dipinge lo scenario apocalittico di una crisi inarrestabile del sistema bancario italiano, che sarebbe destinato a collassare su se stesso.

Lo ha suggerito in particolare il Financial Times, con un articolo in cui ha sostenuto che, in caso di trionfo del fronte contrario alla riforma, otto tra le principali banche italiane sarebbero destinate al fallimento. Le banche in questione, secondo il noto quotidiano inglese, sarebbero Monte dei Paschi di Siena, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.

A ridimensionare il clima di panico suscitato, soprattutto in ambito europeo, da un’analisi di questo tipo, è intervenuto il Ministro dell’Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan che ha così commentato: “Le banche citate dall’articolo del Financial Times sono casi ben noti, non c’è nessuna novità, e rappresentano casi diversi e specifici, che vanno trattati con prospettive differenti e che richiedono strategie specifiche, già in via di implementazione, a diversi stadi, e in alcuni casi in fase di conclusione”.

“Credo inoltre – ha aggiunto il ministro - che sicuramente varranno quelli che in gergo si chiamano i fondamentali, quelle cose che, al di là della turbolenza finanziaria, che magari dura un giorno o due, guidano effettivamente l’andamento delle imprese, delle banche, dei Paesi”.

“Quindi l’articolo del Financial Times mette insieme tante cose diverse, forse era lunedì e non avevano altro da dire”, ha concluso con una nota critica.

“Detto questo, - ha specificato poi Padoan - è ovvio che i mercati finanziari non amino l’incertezza, che in questi ultimi tempi è molto aumentata e non solo in Italia, e stanno valutando con molta perplessità la possibilità che una politica economica di riforme che è stata premiata negli ultimi due anni, come dimostrano le valutazioni sui mercati finanziari relative al caso italiano, venga messa in discussione”.

Di opinione diversa rispetto al Financial Times è un altro autorevole titolo inglese, L’Economist, che ha formulato un’analisi diametralmente opposta, dichiarandosi convinto che una vittoria del no sarebbe auspicabile, dal momento che “la riforma costituzionale di Renzi avrebbe fallito nel suo intento di risolvere il principale problema del Paese, la sua reticenza verso la riforma e il cambiamento”.

“Inoltre, - ha sottolineato il settimanale britannico - qualsiasi beneficio secondario che potrebbe derivare dalla riforma costituzionale, verrebbe ampiamente annullato dai possibili effetti negativi, primo tra tutti il rischio che, nel tentativo di porre fine all’instabilità che ha dato all’Italia ben 65 governi dal 1945 ad oggi, si crei un governo dell’uomo forte”.

“Teniamo presente che l’Italia è la nazione che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi, un Paese pericolosamente attratto dal populismo”, ha messo in guardia il giornale inglese.

“C'è da tenere presente inoltre - ha proseguito L'Economist - che una delle critiche dei sostenitori del sì è che in caso di vittoria del no si rafforzerebbe l’idea che l’Italia manca della capacità di affrontare i suoi molti, urgenti problemi, mentre invece è stato proprio Renzi che ha dato inizio a una crisi puntando il futuro del suo governo sulla riforma sbagliata”.

“Gli italiani - ha conluso il giornale britannico - non dovrebbero accettare di venire ricattati e Renzi avrebbe fatto meglio a occuparsi di portare avanti riforme strutturali dove veramente servirebbero, dal sistema giudiziario all’istruzione. Invece ha sprecato quasi due anni trafficando con la riforma costituzionale. Prima l’Italia torna a dedicarsi a una riforma reale, di cui c’è veramente bisogno, e meglio sarà per tutta l’Europa”.



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