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Martedì 13 Novembre 2018

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Fondi sanitari, governance e modello gestionale

di Carlo Giuro
21/10/2016

Mefop ha cominciato a pubblicare sul proprio Blog le prime evidenze della indagine sui fondi sanitari avviata nello scorso mese di maggio. Ad oggi sono però 15 le risposte pervenute al questionario somministrato, viene sottolineato, un numero esiguo se rapportate al settore di riferimento che, dall’ultimo censimento effettuato dall’anagrafe dei fondi sanitari, registra circa 300 forme esistenti.

Quali sono le principali evidenze? Gli enti rispondenti hanno deciso di costituirsi in forma di Associazione non riconosciuta (73%), Società di mutuo soccorso (13%) e Associazioni riconosciute o Cooperative (rispettivamente il 7%). Il 60% ha optato per l’esternalizzazione della gestione sanitaria affidando interamente il rischio ad una compagnia assicurativa, il restante 40% ha adottato un modello di gestione diretta.

Andando alla disamina della struttura, la maggior parte dei fondi analizzati, in particolare quelli che hanno scelto una gestione convenzionata, sono caratterizzati da strutture piuttosto snelle e sono soliti esternalizzare le attività di natura tecnica, che richiedono competenze specifiche e sicuramente più costose nel caso di internalizzazione.

Nello specifico, prosegue l’approfondimento, gli enti sanitari tendono a rivolgersi all’esterno per le attività di natura legale, attuariale/Finanziaria e medico/sanitaria e ad internalizzare le attività di carattere amministrativo (ufficio conda del modello gestionale sanitario. relazioni iscritti e ufficio amministrativo/liquidazione pratiche), e (ufficio relazioni iscritti e ufficio amministrativo/liquidazione pratiche), anche se si rilevano delle differenze a seconda del modello gestionale sanitario.

Con riferimento poi alle adesioni il 67% degli enti prevede un’adesione obbligatoria per via contrattuale, sono questi i fondi nati dalla contrattazione collettiva e dedicati a particolari categorie di lavoratori. Per quanto riguarda le fonti della contribuzione, nel 60% dei casi la posizione viene alimentata da un versamento a carico del datore di lavoro e del lavoratore; nel 33% del solo datore e nel 7% del solo lavoratore.

Nel 21% degli enti rispondenti, inoltre, gli iscritti possono versare una contribuzione volontaria, aggiuntiva a quella minima obbligatoria, per assicurarsi prestazioni aggiuntive rispetto alla copertura base riconosciuta dal nomenclatore. Nella maggior parte dei fondi (64%) poi il contributo è variabile e calcolato in percentuale della retribuzione, nei restanti è definito in misura fissa. La maggior parte dei fondi prevede l’iscrizione dei familiari a carico (80%) e dei pensionati (67%).

Per gli enti sanitari a gestione diretta l’apertura ai quiescenti ha conseguenze rilevanti sulle riserve che il fondo dovrà accantonare per far fronte al progressivo accrescimento del rischio legato all’invecchiamento della popolazione; per quelli a gestione convenzionata tale previsione determina invece un aumento del premio pagato alla società assicuratrice. Per queste ragioni la quasi totalità dei fondi (90%) ha scelto di differenziare il contributo pagato tra attivi e pensionati per far fronte agli impegni legati all’incremento del rischio.



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